Tuesday, October 13, 2009

Dai Transformers alle Winx





"In alto o in basso?"

Saranno due settimane che con Luca e Lara si discute di fumetti, cartoni e prodotti commerciali.
Io sono sempre stato un sostenitore della catena industriale che c'è dietro ai comics e all'animazione. Leggo Marvel e DC da una vita. Sono un fan della Pixar e ho una forte idiosincrasia nei confronti delle scuole di animazione che hanno dello snobismo nei confronti dei prodotti commerciali.
Faccio un esempio. Il Centro Sperimentale di Cinematografia, qui a Chieri, è fantastico. Si occupa di animazione, effetti speciali, etc. Beh, ho visto alcuni dei loro corti e non riesco a farmeli piacere.
Certo, sono molto più concettuali rispetto ai lavori di scuole come la Big Rock. Eppure ho come l'impressione che guardino dall'alto in basso i prodotti legati al puro e semplice intrattenimento.

Arte, arte, arte.
La nobile arte. Divertire è una cosa bassa, semplice, triviale. Non merita granchè.
Eppure la Pixar riesce a tirarti fuori perle come Wall-E, da questa bolgia commerciale.
Tarantino, usando i codici dei generi più osteggiati dalla critica, riesce a produrre capolavori e a intrattenere. E tanto, anche.





Gli ultimi anni '80 dell'umanità

Io sono uno di quelli che dovrebbe ringraziare Ronald Regan, per aver liberalizzato la pubblicità televisiva per i bambini. Altrimenti col fischio che avremmo visto Star Wars. E con lo stesso fischio ci saremmo divertiti con i Transformers, le Tartarughe Ninja e una valanga di altra roba.
Ve li ricordate i cartoni degli anni '80?
Divertenti, vero? Io li adoravo.
In questo post troverete qualche mix di sigle vintage, così vi renderete conto di quanti ne avrete visti. Ma vi anticipo: è una lista infinita. Continuerete a fare "Celo, celo, celo" come con le figurine.

A me piacevano le produzioni americane. Tuttavia, fare una distinzione è difficile perchè la maggior parte delle serie veniva progettata in U.S.A e realizzata in Giappone. Fa tutto un po' brodo, qui.
C'era una struttura comune in molti di questi cartoni.
Prendete gli action-adventure, per esempio.
Vogliamo parlare dei "Masters"? "M.A.S.K" ve lo ricordate? E "BraveStarr"? I "Centurions"? "Dino-Riders"?
La maggior parte di questi cartoni aveva come protagonisti un gruppo di eroi, in media dai 3 ai 5 personaggi. Soldati o comunque combattenti. Non abbiamo nemmeno idea di quanta retorica militare ci siamo bevuti fin da bambini.
Molte delle sigle cominciavano con una voce fuori campo, in pieno stile da cinegiornale di guerra, che annunciava le mirabolanti gesta prossime venture.
Gli eroi vestivano uniformi differenziate, di solito con sgargianti colori primari. E se state pensando che Superman abbia fatto scuola di moda a tutti quanti, avete ragione. Blu e Rosso, gente. WOW! BANG! BOOM!
Al contrario i cattivi adorano i colori secondari, uno fra tutti il viola.
L'elenco dei cattivi vestiti di viola è sterminato. Anche in questo caso con radici solidissime nei fumetti americani anni '40 e '60: Skeletor e il Joker, Devastator e Hulk.
Nei cartoni il viola è da sempre un colore poco affidabile. E nei cartoni action-adventure anni '80, i cattivi dovevano essere weird. Superando persino quelli di Batman e dell'Uomo Ragno.

C'è un altro elemento che salta fuori, ripensando a quelle storie. L'ibridazione.
Se pensate alle ibridazioni tra i generi del fantastico, vi vengono in mente autori come Barker e Swanwick. Nel gruppo potremmo metterci anche King, volendo.
Mentre questi egregi signori scrivevano, altri loro colleghi mischiavano Epic Fantasy e Science Fiction nei "Masters" o in "Wheeled Warriors", che in Italia è conosciuto come "I Figli del Fulmine". E poi c'erano i "Thundercats" e i "Visionaires".
Il Western misto a Fantascienza si trova in almeno tre esempi di questi video: "BraveStarr", "Galaxy Rangers" e gli "Sceriffi delle Stelle".
L'ibridazione dei Transformers era forse meno legata alla narrativa (militari + fantascienza?), ma era lampante nella dinamica del gioco: macchinine + action-figure.
E sulle trovate geniali e innovative di queste opere potremmo andare avanti all'infinito...





"Papà, mi compri Optimus Prime?" "Si chiama Commander, piccolo..."

Quasi tutte queste serie sono state realizzate per poter vendere i giocattoli.
La serialità differenziata dei personaggi, la presenza di cavalcature, mezzi e accessori sono tutti espedienti per ampliare il numero dei prodotti vendibili.
E nel gruppo entrano anche i cartoni funny animals come i "Mini-Pony", gli "Orsetti del Cuore", "Teddy Ruxpin" e così via. In alcuni casi orientati su un target per bambine, ma nemmeno sempre.

Non possiamo dormire sonni tranquilli neanche con le produzioni interamente giapponesi. Vi siete mai chiesti perchè "I Cavalieri dello Zodiaco" fossero in 5, tutti legati ad un colore e un totem differente? Per non parlare dei nemici e delle clonazioni, come i "Cinque Samurai".

Se si incontrano due figli degli Anni '80 e scatta il momento revival, è probabile che inizino a parlare di questi giocattoli.
"Io avevo Commander." "Io avevo il fortino di BraveStarr." "Noooo, io la Tigre di He-Man non l'ho mai avuta!" Cose simili. C'è sempre un tono allegro in queste conversazioni. Teneramente nostalgico.
Anche io ho voluto bene ai miei Transformers. E ai miei Masters. E alle mie Tartarughe Ninja.
Ho voluto bene ai cartoni che mi raccontavano le avventure di quei giocattoli. La mia passione per i fumetti probabilmente nasce anche da lì.

Eppure, guardandomi indietro, mi chiedo se questi cartoni mi abbiano anche codificato come un consumatore. Avete presente la scimmia del "QUELLO devo assolutissimamente averlo"?
Temo che nasca proprio da lì.





Igino Straffi S.p.A.

Sull'ultimo numero di Vanity Fair c'è un bell'articolo che esplora il luogo dove "pettinano le bambole", ovvero la Rainbow di Igino Straffi, papà delle Winx.
Ora, mettetevi nei miei panni, quelli di un designer appassionato di fumetti. Esplorare il backstage di questa fabbrica di sogni per me è uno spasso. Io sono clamorosamente affascinato dalle modalità di creazione della Rainbow. A partire dagli schizzi preparatori di Huntik, per arrivare ai modelli delle bambole e agli studi dei costumi. C'è molta, molta, molta progettazione in questi studi.
Però, i rapporti tra il marketing e la parte creativa sono strettissimi e molti sono legate alla moda. Alla Rainbow il trend si analizza parecchio. Le Winx sono ispirate alle cantanti come Beyoncè o Brittney Spears. I protagonisti di Huntik sono pensati in riferimento ai divi del cinema, come Johnny Depp.
E pare che anche "Twilight" si stia diffondendo.

Tra le produzioni Rainbow, quella legata maggiormente ai romanzi della Meyer è il fumetto Maya Fox. Questa pubblicazione mi ha interessato da subito, perchè sperimenta una nuova forma editoriale che mixa fumetto e rivista adolescenziale. Una sorta di Top-Girl con manga, che crea un nuovo modo per arrivare ad un target un po' abbandonato dal fumetto italiano.
Quando Maya Fox è uscito, ho pensato che Straffi avesse risposto con i fatti a questo articolo di Roberto Recchioni.
La Rainbow ha progettato una proposta per raccogliere le fan delle Winx, ormai cresciute. La rivista avrebbe come target le ragazze dai 14 ai 18 e parla spesso di sesso, aborto, etc. Un approccio interessante e lodevole.
Solo che la veste è abbastanza friendly da poter attirare anche le ragazzine più giovani. Che possono trovarsi anche i Sex Files tipo "Così fai impazzire il tuo lui", etc.

Come dicevo all'inizio del post, ne abbiamo discusso con Luca, Lara e la Lipperini.
E io sulle prime ho difeso Rainbow e Maya Fox. Ho difeso la cura tecnica e l'organizzazione con cui hanno realizzato i loro prodotti. Ho difeso gente dello staff, come Elena DeGrimani, che per me è una delle migliori mangaka che abbiamo in Italia.
Ma ad un certo punto ho dovuto fermarmi. Perchè se Rainbow spinge l'immagine della rivista, cavalcando e promuovendo l'idea che "fare sesso è da fighi" ed è una cosa "troppo trend", allora fa leva su temi che vendono, ma rischia di veicolare un messaggio sbagliato.
Rischia di appiattire qualcosa di serio su uno stereotipo.

C'è un aspetto del reportage di Vanity su Rainbow che mi ha lasciato interdetto. Nell'articolo vengono fatte alcune domande anche all'art director Simone Borselli. Quando gli viene chiesto su cosa si basi la sua preparazione in fatto di moda,
Borselli risponde così:
"Sull'essere gay. Prima che avessimo le stiliste interne che curano in toto l'aspetto della moda delle Winx, mi arrivavano dal marketing richieste del tipo: "Riesci a disegnarla punk, lolita, teen, gothic, romantica ma anche un po' retrò?"

Ma davvero i gay sono tutti esperti di moda?





Il punto di rottura

Dove sta il limite? Dov'è il punto di rottura? Qual è la linea che divide un prodotto commerciale di intrattenimento, da un messaggio che suggerisce una vendita?
Come si fa a tracciare un sentiero che eviti la discriminazione e la creazione di modelli sbagliati, senza esagerare e diventare dei Doc. Wertham?
Barbie è stata un modello che ha fotografato la moda e il costume nell'arco di decadi. Forse le Winx possono essere le sue eredi. Ma c'è il pericolo di creare uno stereotipo? E, se c'è, è nuovo o è presente da anni?
Dove sta il confine tra il proporre sogni e il seminare un comportamento economico?
E' possibile realizzare una narrazione commerciale, produrre del merchandising legato e non entrare in questi circoli viziosi?

Se avete delle risposte, è ora di tirarle fuori.







8 comments:

D'Andrea G.L. said...

Ricordarsi questo:

http://www.kainos.it/numero2/sezioni/bacon/portrait49.jpg

Fabrizio said...

E' più o meno la faccia che ho fatto dopo la discussione di ieri.
(ARGH)

Lara said...

Be', di risposte me ne vengono tante. La prima è che se proponi una storia, ma vera, proponi sogni. Se ti limiti a mettere insieme input raffazzonati ma di sicura vendibilità, semini un comportamento economico.
Almeno per cominciare, ma ci rimugino ancora :)

Fabrizio said...

Ma secondo te si possono fare sogni vendibili senza essere collaborazionisti?

Lara said...

Sì!!!

Hanuman said...

Una volta avrei detto sì, senza problemi.
Ora ti dico sì, perché ci sono autori bravi, bravissimi, che riescono a essere se stessi e a raccontare proprio le storie che vuoi sentirti raccontare... ma lo dico con molta meno sicurezza. Perché, alla fine, se non sei padrone del mezzo essere "professionisti" significa per molta gente entrare subito in uno schema di pensiero per cui "quello lo puoi fare, quello è meglio di no", "questo funziona, questo lasciamo perdere". E io mi accorgo (ma qui si va sui gusti, anche) che gli autori di cui mi sono innamorato, specie coi fumetti, erano sbroccati senza la minima nozione di equilibrio che magari non volavano alto ma il salto per farlo lo spiccavano.

Fabrizio said...

Secondo me J.J.Abrams è uno di quelli.
Che riescono a inserirsi in un contesto commerciale, costruendo cose credibili e divertenti.
E ci metterei Geoff Johns anche.

Hanuman said...

Io metto personalmente Russel T.Davies, con "Doctor Who" e "Torchwood"... e in Torchwood terza stagione, soprattutto, fa vedere come uno show visto da mezza Inghilterra possa essere usato per raccontare una delle storie più crudeli e socialmente incazzate di sempre...